In ascolto: Pink Floyd – Learning to Fly
Sto prendendo un aereo.
Uno dei molti della mia vita.
Eppure ogni volta mi emoziono.
Perché mi sembra sempre pura magia.
Per tutta la nostra storia, il cielo è stato il modo in cui il mondo ci diceva di no.
Non un confine come gli altri. I confini si attraversano — il mare si naviga, il deserto si percorre, la montagna prima o poi si valica. Il cielo no. Il cielo stava lì sopra, aperto, visibile, perfettamente raggiungibile con lo sguardo e assolutamente irraggiungibile con tutto il resto. Il limite più crudele che esista: quello che si vede benissimo e si pensa di non poter toccare.
Ci vorranno millenni per scoprire che non era vero.
E allora abbiamo fatto l’unica cosa sensata. Ci abbiamo messo gli dèi e ci abbiamo creato un posto in cui si andrà a vivere felici un giorno.
Un posto magico e meraviglioso, così irraggiungibile da rendere impossibile andare a controllare se quella storia fosse vera o no.
Perché se non puoi salire, meglio credere che lassù ci sia qualcuno che scende. Ogni mitologia ha guardato in alto e ha riempito quel vuoto di qualcosa — divinità, carri di fuoco, uccelli enormi, anime che salgono dopo. Il cielo è diventato il posto di ciò che non ci appartiene. E le poche storie in cui un uomo prova comunque a entrarci finiscono tutte allo stesso modo: con una caduta, e con la morale che la caduta se l’era meritata.
Icaro non muore perché le ali erano fatte male. Muore perché ha osato.
Poi, a un certo punto, qualcuno ha smesso di trovare quella morale convincente. E semplicemente ha osato, di nuovo.
Ed è qui che comincia la parte bella. Perché il volo non è nato dalla forza — nessun muscolo umano batterà mai le ali abbastanza forte — ma da un cambio di sguardo. Da un pugno di persone che hanno smesso di vedere l’aria come niente e hanno cominciato a vederla come qualcosa. Non vuoto: sostanza. Un fluido. Una cosa che ha densità, che oppone resistenza, che si può accelerare e curvare e imbrigliare.
L’intuizione è quasi insolente nella sua semplicità e nel suo egoismo prettamente umano: se l’aria è un fluido, allora ha onde. E se ha onde, si può cavalcare… e domare!
È esattamente questo che fa un’ala. Non spinge in basso per salire, come farebbe un braccio che rema.
Non usa la forza bruta.
Taglia il flusso in due, obbliga la parte superiore a correre più veloce, crea sopra di sé una zona in cui la pressione è appena, appena più bassa. E in quel dislivello invisibile — una differenza che nessun senso umano potrà mai percepire — sta appesa una macchina di trecento tonnellate sopra l’Atlantico.
Non abbiamo vinto contro l’aria. Abbiamo imparato a riconoscerla per quello che è: un fluido invisibile. E a surfarla.
Ed è per questo che il volo, per quanto lo si spieghi, sembra comunque magia. La magia non esiste ma questo è un trucco fatto talmente bene da sembrare reale.
Oggi sappiamo tutto della portanza, esistono equazioni, gallerie del vento, simulazioni al calcolatore, nuovi progetti per veicoli del futuro. Eppure guardare un aereo staccarsi dalla pista continua a sembrare uno scherzo riuscito ai danni della fisica.
Forse perché sappiamo, in qualche punto atavico di noi, che quel posto lì non doveva e non poteva essere nostro.
Chi vola oggi lo fa distrattamente. Si sale, si cerca il posto, ci si lamenta del bracciolo, si guarda uno schermo. Si inganna il tempo mangiando e bevendo.
Ma fuori dal finestrino, a undicimila metri, c’è la cosa più straordinaria che la nostra specie abbia mai combinato: la possibilità di vedere il mondo dall’alto come gli dèi che invochiamo.
E per chi ci crede è romantico pensare che da così in alto la nostra preghiera possa arrivare prima alle loro orecchie.
Io semplicemente credo che la sete di conoscenza non conosca limiti umani o divini.
E ogni tanto, mentre sono in volo da qualche parte, mi capita di vedere qualche altro passeggero che alza lo sguardo dallo schermo nel momento giusto. Il momento in cui l’aereo buca lo strato di nuvole e sopra c’è solo luce, piatta e bianca e ferma, e per un istante non c’è più niente di riconoscibile: né terra né mare né alto né basso.
E in quell’istante il cielo smette di essere un limite.
Diventa un posto dove si passa.


