Quando anche Kairos finisce


C’è un dettaglio di Kairos di cui parliamo poco: anche lui, prima o poi, se ne va.

Ci concentriamo sempre sull’arrivo — l’attimo giusto che si apre, la porta che si spalanca, il momento che sembrava non dovesse mai succedere e invece succede. Ma nessuno ci prepara alla parte dopo. Kairos non è fatto per restare. È un varco, non una casa. E quando si richiude, si richiude sul serio.

Fa male in un modo strano, diverso dal dolore per le cose che sono semplicemente finite nel tempo — un lavoro, una stagione, un contratto scaduto. Fa male perché quello che si perde non era “tempo”, era qualità di tempo: era il momento in cui tutto, per una volta, combaciava. E quando finisce, non finisce solo l’evento — finisce la prova che quella combinazione fosse possibile.

Restano le tracce, certo. Un ricordo che torna più nitido di quanto dovrebbe, una canzone che diventa improvvisamente insopportabile, un posto che non si riesce più ad attraversare con la stessa leggerezza. Sono i resti di Kairos: frammenti di un tempo che non era cronologico, e che quindi non si può nemmeno collocare bene nella memoria. Non sai dire “è successo alle sei di sera del 12 marzo”. Sai solo che è successo, e che ora non c’è più.

Forse la nostalgia è proprio questo: il tentativo di misurare con Kronos qualcosa che apparteneva a Kairos. Provare a dare una data, una durata, una collocazione precisa a un momento che per natura non ne aveva. Ed è un tentativo destinato a fallire — ecco perché fa così male e così a lungo. Non stiamo piangendo il passato. Stiamo cercando di afferrare qualcosa che, per definizione, non si lascia afferrare due volte.

Forse l’unica consolazione è questa: Kairos che finisce fa male esattamente nella misura in cui è stato vero. Non si soffre per un momento qualsiasi. Si soffre per il momento giusto.

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